
“Provvidenza”: secondo la filosofia, è una forza che guida azioni umane ed eventi naturali organizzandoli in modo che diano vita ad un fine superiore. Gli stoici, Sant’Agostino, Spinoza, Mandeville, Smith, Hegel, Croce: ciascuno di loro aveva scelto un diverso principio o concetto da mettere al posto di guida della storia umana: qualche forma di divinità, il mercato, la storia – perfino il vizio.
Mio padre Vincenzo, che non era filosofo ma assicuratore, aveva individuato la sua personale Provvidenza in sua cugina: pur non potendola soffrire, il mio vecchio aveva parzialmente riabilitato “la Silvia” (detta anche “la Crofia”) da quando, dopo il suo matrimonio con un facoltoso sudamericano, si era trasformata da bellezza paesana in ricchissima regina dell’Eldorado.
Una gita inaspettata. Una sera, dopo cena, mio padre annunciò solennemente che qualche settimana più tardi, lui, mamma ed io saremmo partiti per Barcellona, dove avremmo trascorso qualche giorno “a visitare la città e salutare la Crofia”. La Crofia e il marito, diplomatico in pensione, dopo una vita improduttiva tra Londra e Washington, si erano trasferiti nella città catalana, dove riempivano le loro inutili giornate con una routine a base di lunghi bagni caldi e torture ai camerieri dei vari ristoranti che frequentavano, dove i poveracci venivano bersagliati da richieste irragionevoli e sgarbate e commenti insolenti diretti personalmente a loro e al loro paese. In particolare, Crofia era il terrore di domestici, fornitori, fattorini, tassisti e perfino dei passanti che avevano la sfortuna di incrociarla.
Il piano di Vincenzo. Teorizzare l’esistenza della Provvidenza è semplice, vederla all’opera praticamente impossibile. Eppure mio padre sembrava convinto che la vecchia carogna egocentrica si sarebbe intenerita alla vista del ramo povero della famiglia in forma di presepe vivente, inducendola a modificare il suo testamento a nostro favore.
Comprensibilmente scettici, ma emozionati ed increduli di fronte all’inedita iniziativa turistica di Vincenzo, che contraddiceva la sua proverbiale pigrizia e mal si conciliava con lo stato di costante allarme delle finanze familiari, Maman ed io iniziammo i preparativi.
Machè. Quanto a me, ero estasiato come può esserlo solo un diciassettenne: ai tempi stavo con Machè, una bellissima ragazza spagnola con la quale mantenevo rapporti epistolari. L’ormai prossimo viaggio a Barcellona rappresentava per me solo la possibilità di poter finalmente stringere Machè tra le mie braccia e magari addormentarmi tra i suoi riccioli profumati.
Una volta arrivati a Barcellona, iniziò una via crucis di pranzi impegnativi e figure imbarazzanti nei vari ristoranti nei quali i cugini ci invitavano, cui potevano anche seguire intrattenimenti discutibili. Ricordo con angoscia il pomeriggio infernale passato al circo barcellonese con la vecchia arpia, che non osavo scontentare, mentre la dolce e infinitamente comprensiva Maché mi aspettava paziente a casa di Rosa, l’amica che la ospitava. Appena possibile, correvo da lei, ma per i miei era inconcepibile che passassi la notte con Maché, per cui facevo in modo di tornare in albergo prima che si svegliassero.
Requiem. La terza mattina, mi ficcai nel letto dell’albergo verso le cinque del mattino, ancora caldo di baci e di chiacchiere; stavo giusto scivolando in un piacevole sogno adolescenziale, quando una tromba del giudizio mi fece fare un salto sul letto: il telefono. Dall’altra parte del ricevitore, il vocione di mio padre che mi convocava d’urgenza nella loro camera per comunicarmi “un grave problema”. Ancora mezzo addormentato e in pigiama, raggiunsi i miei nella loro stanza, dove sentii mio padre lamentarsi: “Questo maledetto albergo costa troppo, mi sono confuso a fare i conti con le maledette pesetas! Con questi ci paghiamo a malapena una notte”, disse lisciando ritualmente le banconote raggruppate in mazzetti omogenei sul copriletto e ricontandole freneticamente, quasi la procedura consentisse una loro miracolosa moltiplicazione.
Piano B. Se invece che nella squallida realtà fossimo stati in un romanzo dell’Ottocento, la scena del padre disperato che vuole vivere al di sopra delle sue possibilità avrebbe pure avuto un suo fascino patetico. Ma fu solo un istante, perché immediatamente una luce mefistofelica lampeggiò negli occhi di Vincenzo mentre esponeva il suo “piano B”. Non c’era più imbarazzo nei suoi occhi, solo la fredda determinazione di un agente sovietico: “Dirò alla zia che avevo tutti i soldi con me quando siamo andati a visitare la Cattedrale e che lì me li hanno rubati”. Cessai immediatamente di provare pietà per lui, e me ne tornai in stanza a dormire un paio d’ore. Vincenzo portò a termine senza scrupoli il suo diabolico progetto, costringendo la Crofia a pagare buona parte del conto dell’albergo; cosa che, comprensibilmente, la irritò moltissimo. Nessuno fu sorpreso quando, alla morte della cugina, scoprimmo che non ci aveva lasciato nemmeno una lira.