La casa di nonna Livetta

Il portone di casa Braconi è sempre lo stesso da quasi un secolo.

Post pubblicato originariamente il 23 luglio 2012 sul blog collettivo libernazione. Lo ripropongo qui con piccole modifiche.

Verso la fine di giugno 2012 un imprevisto mi costrinse a rimanere una mezz’ora nei dintorni della stazione Termini senza niente da fare. Ne approfittai per fare un giro nel quartiere: da quelle parti c’era (e c’è ancora) la casa della mia nonna paterna, morta quando quando avevo 19 anni. Nonna Livetta era una vecchina a forma di caffettiera Alessi, e benché qualcuno le attribuisse un carattere spigoloso, con me fu sempre la dolcezza personificata.

Ogni sabato mattina, quando con mio padre andavamo a trovarla, nonna serviva due caffè “veri” per gli adulti ed una brodaglia di fondi per me. “Il caffè del bambino” era un oggetto di scena per partecipare al rito del sabato, che accomunava madre e figlio dalla scomparsa di nonno Giuseppe. In quei momenti, con la complicità della nostalgia, l’assenza del defunto diveniva misteriosa presenza. Probabilmente quella malinconia, a tratti rabbiosa, aveva anche a che fare con le circostanze della sua morte, sulle quali non c’è stato mai verso di tirare fuori alcun dettaglio, né da mio padre, né da mia nonna. Ad un quarto di secolo dalla sua morte, comunque, Giuseppe mancava ancora molto ad entrambi: “Ehh, peccato…” mormorava la nonna tra un sorso di caffè e l’altro, lo sguardo fisso nel vuoto, come se avesse perso un anello. “Già“, le faceva eco papà, mentre si alzava, prendendo le tazzine sporche per metterle nell’acquaio, mentre nel corridoio lo inseguivano le proteste di Livetta: “Non sta’ a sciacquettare, non vieni mai, e quando vieni, perdi tempo a lava’ le tazzine…“.

Se avevo fortuna, al posto del “caffè”, ad attendermi c’era una porzione di crema pasticciera, che nonna metteva in una tazza da tè di Limoges della cui bruttezza rimasi inconsapevole fino al giorno in cui ereditai tutto il servizio. Nonna cucinava benissimo anche il salato, e a casa mia ciclicamente veniva rievocata con orgoglio quella famosa cena a casa sua, durante la quale riuscii a ingurgitare un numero da primatista delle sue famose polpettine in brodo: erano dodici o quindici?

Uno dei tanti segni tangibili dell’affetto di nonna erano i risparmi che aveva messo insieme prelevandoli ogni mese dalla pensione: una volta maggiorenne, me li avrebbe regalati per aiutarmi a comprare una macchina. Il regalo svanì quando una falsa impiegata INPS, fingendo di andare al bagno, prese dal comò di nonna la busta gonfia di contanti destinata a me. Poiché la ladra aveva rimesso tutto in ordine, Livetta si rese conto del furto solo a distanza di qualche giorno. Mio padre, quando seppe, si sbizzarrì ad esporre all’attonita famiglia le raffinatissime torture che avrebbe sperimentato con sadico piacere sulla ladra. La povera Livetta, invece, ne fece una questione di orgoglio: fu dura sentirla disperarsi con le lacrime agli occhi per essere stata così ingenua (lei disse in effetti “rincoglionita“); mi diede molto più fastidio del simultaneo apparire e scomparire della “mia” Uno usata.

Sotto casa di nonna c’era un negozio di modellismo: il padrone, zazzera corvina a caschetto e baffetti all’ingiù, sembrava il cantante di un gruppo glam. Ogni sabato, dopo il caffè (o la crema) della nonna, sporcavo la sua vetrina con il mio grasso del naso; poi entravo a chiedergli il prezzo di ogni articolo in vendita, senza mai comprare nulla. Era simpatico e dissimulava signorilmente la noia che certamente gli dava avermi tra i piedi. Gli sarà venuto un colpo quando un bel giorno, a dispetto di qualsiasi aspettativa, comprai una Ford Mustang da montare, forse l’unico articolo mai comparso nel suo negozio con un prezzo compatibile con la “mancetta” che nonna doveva avermi sganciato quel giorno.

Tutti questi ricordi si affacciarono in massa nella mia mente mentre guardavo il portone della casa di nonna, con la stessa maniglia di novanta anni fa: è rimasta lì, con il nostro cognome inciso sopra, anche se quella casa appartiene a qualcun altro da molti decenni, forse perché sarebbe stato troppo costoso sostituirla.